Il parere (di un lettore dilettante): pochi anni dopo aver raggiunto a piedi Parigi da Monaco di Baviera, fra la fine di novembre e la metà dicembre del 1974, l’autore riprende in mano il taccuino di quel viaggio e ne rimane “stranamente toccato”. Decide così di dare alle stampe questo libro. Il mito romantico del vagare a piedi si ferma alla motivazione: Herzog sente che, se farà questo viaggio, Lotte Eisner si alzerà dal letto dell’ospedale parigino dove giace in fin di vita. La cronaca è gotica, quella di un pellegrino che traversa lande battute da pioggia e neve, tra armenti infreddoliti, quando non moribondi, giacigli di fortuna, radi gesti di solidarietà, la solitudine come una belva appostata, dolore fisico, cacciatori e gendarmi sospettosi (in Francia evita di essere portato in caserma dopo che uno dei due poliziotti, che era stato all’Oktoberfest, scopre la sua provenienza). Nessuna ricerca letteraria, così sembra almeno al lettore dilettante, scarne note di viaggio inframmezzate ad alcune visioni. Un testo breve e, forse per questa ragione, paradossalmente monotono.
Voto: 6 e mezzo.
Frase: Poi neve, neve, neve acquosa, acqua e neve, io maledico la creazione. A che serve? Sono così fradicio che evito la gente attraversando la poltiglia dei campi, per non doverli guardare in faccia. Dei paesi mi vergogno. (pag. 32)