Il parere (di un lettore dilettante): prendere in mano un libro di un’altra epoca richiede al lettore dilettante più impegno ed energia. Questo volumetto non fa eccezione; vi sono raccolti alcune riflessioni in tema di scrittura, lettura e in genere uso della lingua, originariamente pubblicate nei Parerga e Paralipomena. L’interesse e anche il divertimento suscitati dalle idiosincrasie linguistiche di Schopenhauer (verso le storpiature dei termini greci nella lingua francese, per esempio, che “dovrebbe guardare con profondo rispetto alla sua più vecchia e nobile sorella, la lingua italiana”), dalle tirate polemiche, dalle analisi acute e sorprendenti (come nel caso dell’individuazione dei limiti solo “esterni e accidentali” dell’alfabeto cinese e della sua logica visiva) saranno però una buona ricompensa.
Voto: 8.
Frase: Perciò la prima regola, e forse l’unica, del buono stile è che si abbia qualcosa da dire: con questa regola si va lontano! Ma trascurarla è il tratto fondamentale degli scrittori di filosofia e in generale di tutti gli scrittori “riflettenti”, in Germania, specialmente da Fichte in poi. In tutti quegli scrittori, appunto, si può rilevare che essi sembrano volere dire qualcosa, mentre non hanno nulla da dire. (pag. 47)
Particolarmente consigliato a chi: conosce un po’ il tedesco (aiuta, circa un terzo del libro è centrato sul cattivo uso di quella lingua ai tempi dell’Autore).