Non entravo al Leonardo da trentanni, mi ci sono ritrovato subito.
Cinque anni non si cancellano, del resto, poi non è cambiato niente, nemmeno il senso di identità, definito in contrasto con l’altro liceo scientifico cittadino (“non siamo perfetti, ma i perfettini stufano” ha detto il preside nella presentazione, e sapevo di cosa stava parlando).
Sono giorni di “scuole aperte” per chi deve scegliere dopo le medie, ma ho deviato dal corridoio con le frecce che indicavano l’aula magna. Ho preso la scalinata un po’ nascosta dopo la presidenza, hanno ricavato un ufficio per il vicepreside, ho notato, dal preside non ci sarà più tutto quello spazio e gli studenti chiamati per una ramanzina si sentiranno meno spersi. Cercavo l’aula della mia classe. L’ho trovata, anche se in quarta eravamo rimasti in undici, anni Settanta, chissà se ha influito, e in un’aula grande avevano tirato su una parete che adesso non c’è più. Ma fa niente, mi sono messo dove c’era la cattedra, mi pareva di vedere i banchi come erano messi allora, dove si sistemava Daniela, Maria, l’altro Giorgio, Marco il secchione.
Mia figlia mi ha raggiunto divertita, io a momenti mi commuovevo.