Sono le otto e un quarto, l’Olympiastadion sempre molto bello è ancora illuminato dal sole, e un Nils Lofgren dal labbro pendulo stile Lamberto Dini apre le danze al suono di una fisarmonica Fantini. Si proseguirà senza interruzioni fino alle undici e cinque, quasi tre ore in cui, se anche l’ultimo disco non è forse di quelli memorabili, Bruce Springsteen si dimostra in splendida forma, sostenuto da una band di 10 elementi ben affiatati1.
A differenza di tre dei quattro amici e compagni di viaggio non sono un vero fan del Boss, di quelli disposti a seguirlo per più di una data nello stesso tour; dal vivo l’ho visto solo un’altra volta, nel 1988, quando assieme a Peter Gabriel, Sting e qualcun altro aveva dato vita a una serie di concerti promossi da Amnesty International. Il tempo ha lasciato qualche segno, certo, ma l’energia, il gusto di stare sul palco con i vecchi sodali della E Street Band, l’invidiabile tenuta fisica e canora, la disponibilità nel concedersi al pubblico sembrano gli stessi di allora. È rimasta, va detto, anche una certa vocazione alla predica. Se vent’anni fa, infatti, proprio lui fra i tanti si era speso con enfasi per spiegare quanto fosse importante la dichiarazione dei diritti dell’uomo, l’altra sera l’ha buttata quasi sul mistico new age, rimarcando la necessità di fare del mondo una house of love, il suo mettere a disposizione per lo scopo, in solido con la band, il power of music, finendo in gloria con l’augurare a chi ne avesse bisogno un sexual healing.
Questi sono però dettagli di fronte a tre ore di buona musica e una scaletta che si permette il lusso di tenere fuori, senza farlo troppo rimpiangere, un classico come Thunder road. Al clima di festa aiuta, probabilmente, anche il messaggio fondamentalmente ottimista che viene dalle canzoni di Springsteen, gli inviti a non ritirarsi e non arrendersi. E c’è anche qualcosa che ricorda le sagre di paese, rivista e corretta per un pubblico “evoluto”, tipo il piccolo rito del raise your hands, quando Bruce raccoglie tra i fan che sono entrati nel pit, il recinto sotto il palco, i cartelli con richieste di qualche particolare canzone e ne sceglie qualcuna da cantare2.
Insomma, il divertimento non è mancato.
- a giudizio personale si sono distinti proprio il citato Lofgren che, labbro o non labbro, con il suo gran lavoro ha consentito a un appesantito, diciamo, Little Steven di rifiatare di quando in quando, e l’implacabile batterista dall’aria da contabile. ↩
- nell’occasione sono state Seven Nights to Rock, This Hard Land, proposta da uno di Bolzano che era sistemato vicino a noi, e Pretty Woman candidata con un grande cartello che faceva riferimento al compleanno di Roy Bittan che, come ogni fan attorno a me sapeva, si festeggiava proprio giovedì. ↩


come fai a essere un vero fan del Boss quando c’è il Sir? In fondo, Born to burp è più nelle nostre corde.
Ottima recensione caporale!
Qualche “real fan” potrebbe dissentire sul concetto di “predicozzo”, ma nel complesso hai reso bene l’idea..
ps. nils, non niels (come nils liedholm)”
Ultimora: il regno del Sir è minacciato. Come dire, nulla è eterno. Grazie.
acidosignore: porca miseria, il regno del Sir minacciato … questa è proprio un’epoca senza certezze!
Born to run: grazie! ho corretto l’errore (che era doppio: ho sempre pensato che fosse “niels” liedholm …)
be’, insomma. dobbiamo dire che la task force in questione lavora più in quantità che in qualità. certe ovvietà trasformate dal Nostro in opinione restano ancora inarrivabili
bellissima recensione!! Io ci sarei rimasta malissimo per thunder road però.
E suppongo che non gli hai neanche detto che lo amo, vabbè. La prossima volta ti mando un cartello apposito da esibire.
ha già detto tutto Mafalda. Quindi mi fermo qui.
acidosignore: per fortuna!
mafalda, momyone: è che Springsteen non è di quelli che hanno problemi di repertorio, qualcosa è destinato a restare fuori anche da concerti di quasi tre ore … nel corso del mese passa anche in Italia, comunque (Torino, Udine e Roma).
cap: fino a che qualche leghista del menga non pretenderà che abbassi i decibel, così anche le altre città Italiane faranno la fine di Mailand: segata fuori dal mondo, alla faccia dell’Expo!
Bravo caporà!
marcoscud: oh, una volta eravate l’unica città europea in Italia (così almeno si diceva)
Drugo: grassie!
cap: ormai è ancora vero solo perchè siamo l’unica città Italiana dove si parla Italiano e NON dialetto Milanese.
Su questo scrissi una lettera a Beppe Severgnini a Italians.online alla fine delle vacanze 2008.
Venne pubblicata.
Ho archiviato tutti i commenti ricevuti via e-mail da immigrati (emigrati visti da te) Veneti che mi magnificavano le loro piccole cittadine dove il 100% del pipol (migranti del Burkina Faso compresi) parlavano sempre e solo Veneto.
Ovviamente per il 98% dei Veneti dire o anche solo pensare che a Trento si parli Veneto é poco meno che una Bestemmia.
iocan! il veneto si parla anche nell’Agro Pontino. il Triveneto a Rovereto. A Trento si parla alpin.