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È finita con un linciaggio a lato strada. Giusto o sbagliato, opportuno o non opportuno sono questioni fuori scala per il presente blog.

Le similitudini con la fine di Mussolini sembrano molte, non lo so se le vedo solo io o se comunque i finali di dittatura si somigliano un po’ tutti1. Fra le differenze giusto la Petacci al posto del figlio e ovviamente tutte quelle immagini e quei filmatini, ché adesso ogni miliziano c’ha il suo videofonino, mica come ai tempi del comandante Valerio. Ma ne sappiamo veramente di più su come è andata davvero? Non ci giurerei.

  1. a parte, ovviamente, la grande distinzione tra i casi in cui il tiranno la sfanga e i casi in cui non ce la fa o non vuole.
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Per un’analisi un minimo sensata del complicato conflitto arabo-israeliano qui mancano le informazioni, gli strumenti e forse anche la voglia.

Per gioire del ritorno a casa del caporale Gilad Shalit, invece, s’ha tutto quel che serve.

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Image courtesy of Curierùn

Rughe, cerone più leggero, capelli tinti, ma non più corvini, volto vagamente scavato. Sicuramente c’è dietro un qualche studio di mercato, focus group e compagnia, ma l’effetto è comunque meno falso, meno bugia vivente, meno immediatamente sgradevole. Per quel che vale il parere di un antipatizzante, poteva farlo prima.

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Sono rimasto molto impressionato dalla carneficina di Oslo e Utøya e, anch’io come molti, credo, ho provato a leggere l’enorme tomo messo online da Anders Behring Breivik.

Probabilmente negli archivi di polizia ci sono molti simili memoriali scritti da gente che voleva salvare il mondo e ha combinato disastri, col 2.0 saranno sempre più disponibili al vasto pubblico. Mi sono annoiato abbastanza presto delle banalità sullo scontro di civiltà e sull’Europa calabrachista, lette in giro tanto spesso in questi anni1, che occupano la prima parte del memoriale. Visto che la cosa continuava apparentemente sullo stesso tono per centinaia di pagine ho spostato il cursore in avanti fin quasi alla fine del file, fermandomi a caso proprio nel punto dove c’è il curriculum vitae.

Il primo senso di vertigine mi è venuto alla voce “professione” dove, dopo qualche mansione più o meno ordinaria, l’autore si chiede se sia il caso di aggiungere “templare” e “martire”. Se lo chiede e mette una faccina. Subito dopo ho notato la classica autodescrizione che ogni candidato mette nel curriculum. Personality: optimistic, pragmatic, ambitious, creative, hard working. Ma questo è completamente fuso, mi sono detto. Ché, fra l’altro, a parte hard working e magari anche creative, sono cose che io potrei mettere nel mio, di curriculum. Poi mi sono fermato e ho messo a fuoco che, dal suo punto di vista, Breivik è veramente ottimista e pragmatico, ambizioso, creativo e lavoratore. Il disagio si è fatto più forte e ho chiuso il file.

  1. d’altronde, Breivik afferma di avere iniziato il “lavoro” nove anni fa, quindi probabilmente sulla spinta dell’attentato alle Torri Gemelle; chissà se, ormai preso nel suo delirio, si è accorto che nel frattempo avevano fatto fuori bin Laden chiudendo in un certo senso il cerchio.
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Su Google+ mi sono iscritto domenica scorsa e disiscritto adesso. Ringrazio chi mi aveva messo fra i suoi contatti, ma davvero non mi serve1.

  1. stasera rintraccio le coordinate e faccio un po’ di pulizia con gli account inutilizzati su twitter, diaspora e tumblr.