Frase: Il receptionist del motel Mizse sull’autostrada vicino a Kecskemét, un centinaio di chilometri a sud di Budapest, già mi conosce. Mi chiede perché me ne torno a Belgrado, visto che lì cadono le bombe. Una buona occasione per dire qualcosa di patriottico.
Solo molto più tardi mi è venuto in mente che, per esempio, avrei potuto rispondergli: “Magari non sono né utile né particolarmente indispensabile al mio Paese, ma il mio Paese mi è utile e indispensabile, eccome”. Invece, gli ho risposto: “Be’, io lì ci vivo”. (pag. 50)
Il parere (di un lettore dilettante): giornalista e scrittore, ma forse prima di tutto cittadino di Belgrado, l’autore annota piccoli e grandi avvenimenti nei giorni dei bombardamenti umanitari e anche dopo, nella caduta del regime miloseviciano e nell’affermarsi confuso della democrazia. Brevi schizzi che dovevano servire, nelle intenzioni iniziali, da spunto per racconti che non sono mai stati scritti. La raccolta, pubblicata nella sua traduzione italiana da una piccola casa editrice di Rovereto, interesserà soprattutto chi è intrigato dalle questioni balcaniche; la miscela di passione civile e disincantata ironia, però, tra dichiarazioni di cui presto pentirsi (la sera della cacciata di Slobo la radio lo chiama per un’intervista in diretta, ma sul tavolo ci sono ormai diverse bottiglie vuote), osservazioni sulle opportunità offerte dagli sviluppi della tecnologia militare di subire i bombardamenti tenendo le luci accese (tanto fa lo stesso), valutazioni sulla pericolosità delle accuse di tradimento sui giornali di regime in base al corpo dei caratteri impiegati, potrebbe incontrare il gusto anche di un pubblico più ampio.
Giudizio: buono (Gelmini riporta in auge i voti numerici e qui li si abbandona).