Il Foglio, il quotidiano più pisquan friendly del mondo, a cui si deve la scoperta di Luca Sofri e Guia Soncini, la pubblicazione di un elzeviro di Squonk, il sostegno alle teorie più liberali e l’assidua pratica di un robusto finanziamento statale, naviga in cattive acque e forse chiude.
Raggiunta la celebrità dei talk show in seguito alle polemiche sul saggio in cui aveva cercato di valutare quanto fosse stato rispettato il Contratto con gli Italiani di Berlusconi, Luca Ricolfi s’è poi lanciato in una carriera di opinionista politico sullo stile degli editorialisti del Corrierone. Non ci è stato risparmiato niente, dagli articoli titolati “PD e PDL tramonti paralleli“, in realtà dedicati al PD che “non rappresenta una vera alternativa al governo Berlusconi”, fino a curiose aperture di credito a Miccichè1.
Bene, la notizia è che il sociologo torinese oggi è tornato a scrivere della materia di cui è professore all’università, l’analisi dei dati. Ne è uscito un articolo interessante su come la crisi sta cambiando il mercato del lavoro.
- lo sfregio definitivo, in fondo: il credito sempre arcignamente negato al centrosinistra veniva elargito a Miccichè! ↩
“Un sigaro e un titolo di cavaliere non si negano a nessuno1“.
- il cavalierato semplice, beninteso, ché quello di Gran Croce pare sia per gli happy few e a rischio revoca. ↩
D’accordo che questo blog è in disarmo, ma la storia di Tommaso Debenedetti, raccontata in un’intervista al Pais rilanciata da Il Post, qualche riga la merita.
Figlio e nipote di critici letterari e scrittori, il Nostro cerca di fare una normale gavetta nel mondo delle patrie lettere. Recensioni, resoconti di dibattiti, un’intervista a Dacia Maraini. Non se lo fila nessuno.
E allora nel 2000 si inventa un’intervista a Gore Vidal, la propone a La Nazione e, sopresa!, il responsabile delle pagine culturali accetta entusiasta. È un punto di non ritorno, l’inizio di una carriera a suo modo fulminante: un’ottantina di articoli in dieci anni1, perlopiù interviste, quella al cardinale Ratzinger in procinto di diventare papa, falsa come tutte le altre, gli procura un incarico di vaticanista per L’Indipendente. Punta i quotidiani di provincia con qualche pretesa o quelli dell’area di destra con “un grande complesso di inferiorità culturale”; niente di quello che scrive viene minimamento verificato, gli pubblicano tutto, a volte con richiami in prima pagina, lo pagano un niente. Rischia un po’ quando nel 2006 fa dire a John Le Carrè che, fosse italiano, voterebbe per Berlusconi. L’altro lo viene a sapere e smentisce su The Guardian, però in Italia la cosa è ripresa solo da Repubblica e tutto si smorza. Quest’anno il botto: un’intervista a Philip Roth per conto di Libero entra nel dibattito nazionale fino al punto di provocare un pensoso fondo di Pigi Battista sul Corrierone. Come spesso accade, però, al trionfo segue il disastro: qualcuno chiede conto a Roth della disillusione nei confronti di Obama dichiarata nell’intervista e lo scrittore cade dalle nuvole. Al di là dell’Oceano, differentemente che in Italia, alle parole danno peso e il castello di carte inizia a crollare. Ci vuole poco, Debenedetti è ormai bruciato e l’intervista su cui stava lavorando, un Gabriel García Márquez anche lui deluso da Obama, non verrà mai pubblicata.
Una storia edificante? A opinione di chi scrive lo sarebbe di più se fosse stato preso in mezzo anche qualcuno fra quelli che alle opere di Debenedetti hanno dato tanto spazio2, ma non si può aver tutto dalla vita.

