Nostalgia canaglia (titolo alternativo: aridatece Cesarone)

Photo courtesy of RaiNews24
Non so voi, ma per me ‘sti sottopancia berluschisti delle ultime cronache sanno di poco.
Un po’ come quando s’era ritirato Platini e l’avevano sostituito con Magrin, insomma.
AGGIORNAMENTO 6/8/2010: mentre tra i blogger c’è chi rimpiange Licio Gelli e chi la rana del Museion, di Cesarone sembra aver nostalgia anche lui.
Fare il turista a Londra
DA CONSIGLIARE AGLI AMICI:
- l’osservatorio astronomico di Greenwich, per come hanno studiato bene i gingilli interattivi sia nella parte astronomica che in quella cronologica, per l’emozione di essere in un posto particolare (anche se dentro ti spiegheranno che la questione dei meridiani è nata per l’esigenza molto razionale di dar sicurezza ai traffici mercantili), per la bella vista su Canary Wharf e, last but not least, per essere vicino a un grande pub, l’Admiral Hardy (for everything, thank you!);
- il cimitero di Highgate con la tomba di Carlo Marx dove gli estimatori lasciano bigliettini, auricolari di lettori mp3, una sigaretta, mazzi di fiori; poco distante c’è anche la tomba dello scrittori Douglas Adams, lì l’usanza è di piantare in terra una biro, e ci sono tombe di sconosciuti che valgono un romanzo, come quella di una famiglia dove il figlio è morto in Mesopotamia nel 1924, after four years of service, e il padre, di cui non si dice nulla, ad Highgate cinque mesi dopo;
- Wimbledon, devi traversare tutta Londra, mettere in conto un paio d’ore di metro tra andata e ritorno, trovare i biglietti non è semplicissimo, però ne vale la pena; tra un set e l’altro abbiamo scansato i gettonatissimi banchetti delle fragole con panna per certi salsicciotti (duchys) che abbiamo scoperto perdere il confronto con i teutonici – ma basta andare in Sudtirolo – Bratwurst, ma, vabbè, s’era lì per altro;
- il passaggio pedonale di Abbey Road, quello finito sulla copertina dell’omonimo LP dei fab four: beatlesiani di ogni dove arrivano fin lì per farsi fotografare al momento di attraversarlo, con scorno dei nervosissimi automobilisti londinesi che ogni volta non sai se si fermano o stirano il beatlesiano di turno;
- Speakers’ Corner: ad Hyde Park alle 11 della domenica, abbiamo trovato un World Federalist, un musulmano che parlava di tematiche sociali e uno che la buttava su Jesus; come ha notato sorpresa mia figlia, i parlatori ci credono davvero;
- i parchi: tantissimi, ognuno con il suo carattere (Hyde Park per chi cura la forma fisica, Kensington Garden multietnico, St James turistico, Hampstead Heath che pare di non stare più in città, …), tenuti bene, ché il Comune ci deve spendere un pacco di sterline; i londinesi hanno anche i loro difetti, sia chiaro1, ma che mettano mano al borsellino per mantenere ‘sta meraviglia fa loro onore.
COSÌ COSÌ:
- Camden Town: tutto qua?
- il Tower Bridge, sarà che quando siamo usciti un’inglese, sentito l’accento, ci ha chiesto di dove eravamo e, dopo la risposta, ci ha dato il risultato di Italia-Slovacchia, aveva un’aria molto divertita (“it could be worse, it could have been France!“), ma la vista più bella di Londra si vede a livello Tamigi, non da lassù;
- il centro-centro: ragazzo di provincia, la prima volta a Londra mi ero praticamente accampato tra Tottenham Court Road, Leicester Square e Oxford Street, c’era il Virgin Megastore e negozi con cose che, pareva, si vedevano solo lì; adesso è una noia, e vai a sapere chi è cambiato di più in questo quarto di secolo, il vostro blogger o Londra.
- visto che le cose mediamente funzionano la regola locale è: arrangiati!, il che può essere antipatico a chi non conosce i meccanismi ed è abituato a un minimo di empatia. ↩
London calling
Bekim Fehmiu, l’Ulisse di un lontano sceneggiato TV, è stato trovato morto nella sua casa di Belgrado. 74 anni, kosovaro albanese nato in Bosnia, aveva sposato una serba. La polizia segue la pista del suicidio. A differenza di un blogger autorevole, chi scrive non era rimasto particolarmente colpito dalla recitazione di Bekim. Da quel poco che si capisce, però, lui era uno di quelli che non piantano bandiera. Bella gente.
A parte questo, da domani si starà via qualche giorno per una gita di piacere a Londra. Il meridiano di Greenwich, i campi di Wimbledon, lo Speaker’s Corner, ci si perderà sicuramente qualcosa. Bene così, la scusa per tornare un’altra volta. Ciao a tutti.
La carriera di Tommaso Debenedetti
D’accordo che questo blog è in disarmo, ma la storia di Tommaso Debenedetti, raccontata in un’intervista al Pais rilanciata da Il Post, qualche riga la merita.
Figlio e nipote di critici letterari e scrittori, il Nostro cerca di fare una normale gavetta nel mondo delle patrie lettere. Recensioni, resoconti di dibattiti, un’intervista a Dacia Maraini. Non se lo fila nessuno.
E allora nel 2000 si inventa un’intervista a Gore Vidal, la propone a La Nazione e, sopresa!, il responsabile delle pagine culturali accetta entusiasta. È un punto di non ritorno, l’inizio di una carriera a suo modo fulminante: un’ottantina di articoli in dieci anni1, perlopiù interviste, quella al cardinale Ratzinger in procinto di diventare papa, falsa come tutte le altre, gli procura un incarico di vaticanista per L’Indipendente. Punta i quotidiani di provincia con qualche pretesa o quelli dell’area di destra con “un grande complesso di inferiorità culturale”; niente di quello che scrive viene minimamento verificato, gli pubblicano tutto, a volte con richiami in prima pagina, lo pagano un niente. Rischia un po’ quando nel 2006 fa dire a John Le Carrè che, fosse italiano, voterebbe per Berlusconi. L’altro lo viene a sapere e smentisce su The Guardian, però in Italia la cosa è ripresa solo da Repubblica e tutto si smorza. Quest’anno il botto: un’intervista a Philip Roth per conto di Libero entra nel dibattito nazionale fino al punto di provocare un pensoso fondo di Pigi Battista sul Corrierone. Come spesso accade, però, al trionfo segue il disastro: qualcuno chiede conto a Roth della disillusione nei confronti di Obama dichiarata nell’intervista e lo scrittore cade dalle nuvole. Al di là dell’Oceano, differentemente che in Italia, alle parole danno peso e il castello di carte inizia a crollare. Ci vuole poco, Debenedetti è ormai bruciato e l’intervista su cui stava lavorando, un Gabriel García Márquez anche lui deluso da Obama, non verrà mai pubblicata.
Una storia edificante? A opinione di chi scrive lo sarebbe di più se fosse stato preso in mezzo anche qualcuno fra quelli che alle opere di Debenedetti hanno dato tanto spazio2, ma non si può aver tutto dalla vita.
Ora o mai più: una provincia per Rovereto
Ma ‘ste province le tagliano o no?
L’attuale marasma si presta alla realizzazione di un sogno: la provincia di Rovereto. La proposta ogni tanto viene sollevata da qualcuno, se ne parla un tot1 e poi torna nell’oblio. Dettagli, tipo l’estensione territoriale, non sono mai stati discussi, però, un occhio a Google Maps, grandi problemi non dovrebbero esserci: la Vallagarina, retroterra rural-montanaro di Rovereto, e l’Alto Garda sono sicuri; e anche la valle del Chiese, dove si parla un dialetto quasi più bresciano che trentino, è senz’altro più vicina, o meno lontana, a Rovereto che a Trento. Qualche dubbio ci potrebbe essere riguardo la busa di Tione, a rischio di rivendicazioni territoriali da parte della Val Rendena. Ma i rendeneri son gente pratica, a Tione impianti di risalita non ce ne sono, i milanesi non ci si fermano nemmeno a prendere un caffè, e l’accordo è a portata di mano. Consultato il sito dell’ISTAT e sommata la popolazione comune per comune, si trova, per il 1° gennaio 2009, una popolazione residente di 156.968 abitanti. Siamo al livello di Rieti, insomma, e molto più di Isernia2. Quel che è giusto è giusto: una provincia per Rovereto!
- in provincia è così, argomenti tipo l’ultima puntata di Lost non suscitano grande dibattito e per tirar ora di cena serve altro. ↩
- più anche dei 58.097 dell’Ogliastra, dei 103.020 del Medio Campidano, dei 130.555 di Carbonia-Iglesias, dei 142.461 di Gorizia e dei 154.319 di Olbia Tempio che, retromarcia o meno, sarebbero comunque salvate perché comprese in regioni a statuto speciale (nel caso: Sardegna e Friuli). ↩