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[In febbraio qui si sono visti ben tre film, che per le abitudini correnti è un discreto record. In mancanza di idee migliori ci si scrive un post.]

L’uomo che verrà: recitato in dialetto emiliano, ma dopo due minuti non lo si nota già più, descrive nove mesi della vita di una famiglia di contadini dell’Appennino che tenta di barcamenarsi con la bussola della propria etica rurale nei giorni della lotta tra partigiani e nazi-fascisti. Da vedere solo se ci si sente emotivamente robusti.

Avatar: gli effetti funzionano ottimamente, tanto da lasciare l’impressione che tra qualche anno i film saranno tutti girati in 3D; la storia parte alla grande, ma perde un po’ di tensione, almeno per i non appassionati del genere, nei momenti dell’apprendistato di vita aliena da parte dell’avatar, regge comunque bene le quasi tre ore di visione. Se poi il film è o no, come è stato detto, un capolavoro, ognuno lo decida per sé.

Il concerto: una favola per grandi e piccini, una storia di Sconfitta (ingiusta) e Riscatto (possibile): un direttore d’orchestra brutalmente messo da parte in epoca brezneviana vede la possibilità di tornare a dirigere un concerto tren’anni dopo. Bello credere alle favole, per qualche ora, brutto, almeno per i più duri, non poter dare la colpa degli occhi lucidi al fumo, ché da anni nei cinema non si fuma più, o a qualche allergia, ché siamo ancora in inverno.